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	<title>Gianluigi Castelli &#187; Apparati critici</title>
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	<description>Arte contempranea</description>
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		<title>Poesie in forma di nido</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Mar 2006 14:59:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Apparati critici]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Una serie di nidi che si inanellano come una filastrocca visiva. Nidi di rondine, tessuti a nido d’ape, sentieri di nidi di ragno, asili nido e nidi d’amore. O piuttosto, questi di Castelli, sono nidi d’umore, di umori da dove sciamano nidiate di pensieri visivi....</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Una serie di nidi che si inanellano come una filastrocca visiva.<br />
Nidi di rondine, tessuti a nido d’ape, sentieri di nidi di ragno, asili nido e nidi d’amore.<br />
O piuttosto, questi di Castelli, sono nidi d’umore, di umori da dove sciamano nidiate di pensieri visivi.</p>
<p>Tra “nidi” e “nodi” il passo è breve, c’è un differenza piccola piccola, di una sola lettera: la “i” di “infanzia” si chiude ermeticamente su se stessa e diventa “o”. Ammiccando al Perec di Specie di spazi, si può dire che la vita è passare “dal nido al nodo” della nostra individualità che tanto ci costa aggregare e ancor più sciogliere.</p>
<p>C’è un’imprescindibilità del nido. Figura archetipica, richiama una serie di azioni altrettanto primarie quali la nascita,“la cova”, la presa in cura, l’iniziazione all’autonomia sotto forma di “lezione di volo”.</p>
<p>Non so se avete notato che i nidi non sono quasi mai completamente vuoti: resta sempre impigliata una piuma o un non so che.<br />
L’energia del movimento potenziale, l’alito del volo resta intorno al nido.E il suo fruscio.</p>
<p>A volte basta il calore di una lampadina o di uno sguardo per riattivare questi concentrati dispositivi poetici.</p>
<p><em><strong>Elisabetta Longari</strong></em><br />
<em>marzo 2006</em></p>
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		<title>Il pittore e il pesce</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jun 2000 14:02:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Apparati critici]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Non ho idea se Gianluigi Castelli conosca o meno l’opera di quello che viene considerato il padre della beat generation, e cioè di Raymond Carver, né sento la necessità di chiarirlo chiedendoglielo di persona, magari informandomi se ha letto per esempio i racconti raccolti in...</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Non ho idea se Gianluigi Castelli conosca o meno l’opera di quello che viene considerato il padre della beat generation, e cioè di Raymond Carver, né sento la necessità di chiarirlo chiedendoglielo di persona, magari informandomi se ha letto per esempio i racconti raccolti in Cattedrale,oppure le poesie del Nuovo sentiero per la cascata. Non importa. Credo che la curiosità riguardi soltanto me e nessun altro, e credo anche che il rapporto tra Carver e Castelli sia del tutto fittizio, suggerito forse da particolari significanti soltanto per me.<br />
Comunque sia, è a Carver che ho pensato guardando queste puntesecche, e in particolare a una poesia dal titolo Il pittore e il pesce. Siccome sono in vena di trasgredire tutte le regole che contraddistinguono la buona critica, mi permetto di commettere un imperdonabile sacrilegio e la “racconto”.<br />
La poesia parla di un pittore che, dopo aver lavorato tutto il giorno, decide di telefonare a casa. La sua compagna gli dice che il tempo sta per finire. Non gli dice altro, solo questo e noi non sappiamo se intenda un tempo particolare o il Tempo vero e proprio. Comunque sia l’annuncio lo mette in agitazione, non riesce a dormire e allora decide di vagare per la città. Si reca in una segheria, e tutto ciò che vede, tutto ciò che incontra, scopre che è facile da ricordare.<br />
Continua a camminare e inizia a piovere una pioggia leggera, e anche questa dice che è facile da ricordare. Arriva davanti a una casa, dentro questa casa scorge alcuni uomini che giocano a carte, e fra questi ce n’è uno che fuma la pipa regalandogli un’immagine facile da ricordare. Va al pontile. La pioggia adesso è forte e in più si sono aggiunti i lampi. Dall’acqua salta un pesce. Il pittore lo guarda lanciarsi nell’aria, scrollarsi tutto, ricadere, e a questo punto prova una specie di scossa come fosse testimone di un segno.<br />
Torna a casa e si rimette a dipingere di buona lena, non sapendo se una sola tela gli sarebbe bastata.<br />
Carver scrive: “ O tutto o niente. Lampi, acqua, / pesce, sigarette, carte, macchinari, / il cuore umano, quel vecchio porto”. Insomma, il pittore si mette a dipingere tutto quello che ha visto dopo che gli è stato detto che il tempo sta per finire.<br />
Castelli è così. Un vortice di segni che si assemblano utilizzando le più svariate sintassi, senza risparmiarsene una, sia essa figurativa oppure verbale. Figura, colore e parola vengono allora trattati come segni in un’immagine caleidoscopica in cui ciascun elemento subisce una trasgressione semantica. La parola oltre al suo senso linguistico acquista valenze segniche, e allora gioca all’interno dell’immagine con la figura, che nel frattempo non si accontenta di mostrarsi come tale, ma reclama una decodificazione verbale.<br />
Ne emerge una sorta di rebus col quale irride se stesso e gli altri, il mondo insomma, e se il discorso vale per i suoi Stendipensieri, per quelle sue installazioni della serie Torri e ruderi e quant’altro ancora, qui, con queste sue puntesecche, lo ribadisce con forza, anzi, pare quasi sorprendersi di volerlo rivelare. E’ una Babele di segni in cui interviene il linguaggio colto della citazione, oppure quello popolare del fumetto, la denuncia sociale, oppure il sarcasmo, fino a far convergere l’incanto del bambino e il disincanto dell’adulto che, per quanto deluso, decide di scegliere la strada dell’ironia, a volte tagliente, a volte definitiva, per narrare un mondo spesso fonte di amarezza.<br />
La scelta stessa della puntasecca come tecnica incisoria la dice lunga. Castelli la sceglie per l’immediatezza del segno sulla lastra e per l’esito “sporco” ( le parole più o meno testuali sono sue). Risulta pertanto rafforzata persino nella decisione tecnica una certa volontà di trasandatezza che però non inganna. Castelli è ben consapevole del senso dello spazio, dell’armonia della pagina, della purezza del segno, al punto che ancora una volta mi viene in mente la prosa di Carver, così apparentemente immediata, spontanea, quasi inoffensiva, e invece così incisiva, spesso anche molesta per quel denunciare forme di perbenismo, di pochezza, di ipocrisia, di malessere fin nelle più insignificanti espressioni della vita.<br />
Non s’illuda di incantarci Castelli, e ci riveli chi gli ha telefonato dicendogli che il tempo è finito.</p>
<p><strong>Angelo Andreotti</strong><br />
<em>(testo di Angelo Andreotti in occasione della mostra a palazzo Sormani – Milano 8- 30 giugno 2000)</em></p>
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		<title>&#8230;brani di pensieri..</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Dec 1999 15:00:33 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Apparati critici]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>&#8230;brani di pensieri, di riflessioni fatte di piccole cose su cui l&#8217;occhio attento dell&#8217;artista si posa e se ne appropria (…) Nella loro povertà fatta di piccole cose sono dei monumenti, cioè delle macchine di scena erette dall&#8217;uomo per tramandare la memoria di un qualcosa...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>&#8230;brani di pensieri, di riflessioni fatte di piccole cose su cui l&#8217;occhio attento dell&#8217;artista si posa e se ne appropria (…) Nella loro povertà fatta di piccole cose sono dei monumenti, cioè delle macchine di scena erette dall&#8217;uomo per tramandare la memoria di un qualcosa che, forse un giorno, chi li vedrà non riuscirà più neppure a capire nel loro senso primigenio (…) Queste macchine semplici sono perciò delle casseforti, dei forzieri dove la mano dell&#8217;artista ha salvato una traccia, magari labile ed incompleta, di un gesto, di un pensiero, per l&#8217;appunto.<br />
L&#8217;apparente povertà non deve però trarre in inganno, Gianluigi Castelli è il primo a rendersi conto che la sua operazione è un intervento per la storia. Questi piccoli mondi verranno conservati sotto campane di materiale trasparente che, come gli scheletri dei santi, li preserveranno dal contatto con la quotidiana polvere del tempo permettendone, nel contempo, il pieno e continuo possesso visivo.</p>
<p><strong>Carlo Capponi</strong><br />
<em>(in occasione del catalogo Stendipensieri 1979 – 1999 per la mostra alla Villa padronale del Castello Visconteo di Trezzo sull&#8217;Adda)</em></p>
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		<title>In occasione della mostra presso la Galleria la Meridiana</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Nov 1991 12:04:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>&#8230;il lavoro di Castelli non può articolarsi che nella forma complessiva di appunti, cui è rimandata una maggior intelleggibilità: una particolarità che, lungi dall&#8217;inficiare il valore autonomo di ogni singolo lavoro, consente di comprendere la minuziosa elaborazione con la quale l&#8217;effimero – inteso ormai come...</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&#8230;il lavoro di Castelli non può articolarsi che nella forma complessiva di appunti, cui è rimandata una maggior intelleggibilità: una particolarità che, lungi dall&#8217;inficiare il valore autonomo di ogni singolo lavoro, consente di comprendere la minuziosa elaborazione con la quale l&#8217;effimero – inteso ormai come dimensione universalmente dominante – viene rivestito di una intenzione più consistente.<br />
Non per nulla dietro la semplicità degli spunti che costituiscono l&#8217;oggetto dei lavori si può avvertire il sommovimento di una serie intensa e intersecante di motivazioni fuoriuscenti da un gioco linguistico, incuneate in intonazioni dada, pescate nel minimalismo, abbracciate all&#8217;arte povera senza disdegnare qualche brano concettuale (…) perchè tutto può servire in tempo reale a ribaltare l&#8217;immenso, intero, universo codificato, che è l&#8217;oggi della realtà umana.<br />
Perchè il centro attorno al quale ruota questa ecletticità stilistica (…) è la necessità primaria di riusare il quotidiano restituendogli una potenzialità comunicativa, non disdegnando crasi, allegrie etimologiche per un panorama linguistico dove anche l&#8217;errore può assurgere a invenzione legittima e funzionale.</p>
<p><strong>Camillo Ravasi</strong><br />
<em>in occasione della personale di Gianluigi Castelli presso la Galleria la Meridiana </em><br />
<em>Agrate Brianza, 9 novembre 1991</em></p>
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